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	<title>TreeLab – Il blog &#187; Musei</title>
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	<description>Riportiamo la scienza sulla bocca delle persone, tra i fogli letti, tra i racconti ascoltati sotto le coperte, tra gli strumenti di pensiero, tra i passatempi per ammazzare una serata già morta. Perché attraverso gli strani occhiali della scienza il mondo non è spiegato e arido, ma complesso e misterioso: rigogliose foreste da esplorare, fin dove arriva lo sguardo.</description>
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		<title>Ecsite: terza e ultima giornata</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Jun 2009 12:03:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico</dc:creator>
				<category><![CDATA[Musei]]></category>
		<category><![CDATA[ecsite2009]]></category>
		<category><![CDATA[science_centers]]></category>

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		<description><![CDATA[Non sono le conferenze, le tavole rotonde, i gruppi di discussione e i laboratori hands-on. L’ingrediente in più, quello che fa il sapore di Ecsite, è la possibilità di chiacchierare amichevolmente, da pari a pari, con chiunque ti capiti nella sedia accanto o incroci camminando per i cortili tra gli edifici del museo Leonardo da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_142" class="wp-caption alignleft" style="width: 154px"><a href="http://www.treelab.org/blog/wp-content/uploads/2009/06/pranzo.jpg"><img class="size-medium wp-image-142" title="Si prepara la sala da pranzo" src="http://www.treelab.org/blog/wp-content/uploads/2009/06/pranzo-144x300.jpg" alt="Di mattina, si cominciano ad apparecchiare i tavoli per il pranzo, galeotto per incontri e chiacchiere." width="144" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Di mattina, si cominciano ad apparecchiare i tavoli per il pranzo, galeotto per incontri e chiacchiere.</p></div>
<p>Non sono le conferenze, le tavole rotonde, i gruppi di discussione e i laboratori hands-on. L’ingrediente in più, quello che fa il sapore di Ecsite, è la possibilità di chiacchierare amichevolmente, da pari a pari, con chiunque ti capiti nella sedia accanto o incroci camminando per i cortili tra gli edifici del museo <a href="http://www.museoscienza.org/">Leonardo da Vinci</a>. Davvero, le gerarchie si appiattiscono: certo, magari quelle due-tre superstar sono sempre circondate da assembramenti così fitti da scoraggiare noi matricole, ma fuori dalle dinamiche del culto della celebrità c’è una piacevolissima rilassatezza. Il momento sociale per eccellenza è il pranzo (ottimo e ricco il catering – giuro, non lo diciamo solo perché era organizzato da un amico di un amico <img src='http://www.treelab.org/blog/wp-includes/images/smilies/icon_wink.gif' alt=';-)' class='wp-smiley' /> ): tavoli grandi abbastanza da render difficile che un gruppo di colleghi possa occuparne uno per intero. Così, tocca sedersi vicino a persone che non si conoscono. Noi poi saremmo timidini, ma tipicamente i compagni di tavolo hanno più esperienza, conoscono già le regole del gioco e ti chiedono: «Da dove vieni? Che combini di bello?», e inizia la chiacchiera.</p>
<p>Così ci è capitato di scambiare qualche pensiero con personaggi interessanti: Kati Tyystjärvi, per esempio, da più di vent’anni all’<a href="http://www.heureka.fi/portal/englanti/">Heureka</a>, il science centre finlandese, e ora senior coordinator della loro comunicazione via web. O come Alejandra León Castellá, <em>directora ejecutiva</em> alla <a href="http://www.cientec.or.cr/">Fondazione Cientec</a>, una piccola ma agguerrita Ong del Costa Rica che gestisce un sito web diventato punto di riferimento per gli studenti – non solo costaricani – soprattutto quando devono presentare un progetto per le <em>science fairs</em> (che sono diffuse nei sistemi scolastici latinoamericani, e addirittura obbligatorie, per programma, in Costa Rica: qui in Italia c’è qualche progetto che funziona molto bene – per esempio, <a href="http://sperimentando.lnl.infn.it/">Sperimentando </a>a Padova – ma, ci pare, niente di sistematico). Ancora meglio, a Cientec hanno messo la <a href="http://www.scidev.net/en/science-communication/promoting-science/features/science-with-your-cereal.html">scienza sulle scatole dei cereali</a>! Una grande ditta locale di cereali per colazione ospita – e paga per – i loro contenuti divulgativi, che finiscono dritti dritti sulle tavole mattutine di una buona parte del mondo ispanofono. Geniale!</p>
<p>Poi ovviamente Ecsite è un’occasione per promuoversi – oltre agli stand e ai volantini sparsi per ogni dove, ci sono state un paio di iniziative più fantasiose – come quella del <a href="http://www.mtsn.tn.it/muse/presentazione.asp">Muse</a>, il grande museo che aprirà presto a Trento, che in scatolette di cartone perfettamente cubiche regalava la delizia regionale – mele – un po’ strizzando l’occhio alle leggende newtoniane, un po’ portando avanti la propria politica di museo ben radicato sul territorio. E non poteva mancare l’eccentrico di turno, che appena fuori dall’edificio spacciava cartoline per far sapere al mondo dell’«Origine cosmica della specie». Infatti, «nel lontano passato una o più civiltà cosmiche hanno visitato il nostro pianeta lasciando dei segni del loro passaggio [...] con i nuovi strumenti di telerilevamento satellitare questi segni “intelligenti” ora sono stati scoperti. Università, Enti, Istituti di Ricerca e chiunque sia seriamente interessato a questa scoperta, nell’ambito di proficui scambi culturali, può contattare l’Autore», ovvero il <a href="http://www.centroricerche.eu/">Centro Ricerche Multidisciplinari</a>.</p>
<p>Data voce a questo appello, come era doveroso, raccontiamoci di cosa si è parlato in quest’ultima giornata, nelle sale del Leonardo da Vinci&#8230;</p>
<p><span id="more-141"></span></p>
<div id="attachment_143" class="wp-caption alignright" style="width: 94px"><a href="http://www.treelab.org/blog/wp-content/uploads/2009/06/toti.jpg"><img class="size-medium wp-image-143" title="Toti in emersione" src="http://www.treelab.org/blog/wp-content/uploads/2009/06/toti-84x300.jpg" alt="Il Toti di solito naviga tra le case, sotto il filo dei tetti. Qui lo si vede in una delle sue rare emersioni esplorative." width="84" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Il Toti di solito naviga tra le case, sotto il filo dei tetti. Qui lo si vede in una delle sue rare emersioni esplorative.</p></div>
<p><em>Creating Unforgettable, Immersive Visitor Experience</em>: come si fa a creare, per i propri visitatori, delle esperienze immersive che poi non dimentichino più (e, nonostante questo, abbiano voglia di tornare a vedere pagando di nuovo il biglietto <img src='http://www.treelab.org/blog/wp-includes/images/smilies/icon_wink.gif' alt=';-)' class='wp-smiley' /> )?</p>
<p>Si parla di strutture, interne ai musei, che stanno da qualche parte tra il teatro, il cinema e l’attrazione da parco dei divertimenti: ci sono un sacco di soluzioni diverse a seconda che prevalga l’una o l’altra anima, c’è una vera foresta di nomi per indicare diversi approcci e opinioni molto contrastanti su cosa funziona o cosa no.</p>
<p><strong>Paul Martin</strong>, un tipo simpatico e svelto di pensiero dallo <a href="http://www.smm.org/">Science Museum del Minnesota</a>, ha parlato di <em>Object Theater</em>, una soluzione a bassa tecnologia e alta creatività per costruire spettacoli attorno a oggetti del museo, soffiandogli nuova vita fuori dalle bacheche. L’obiettivo è creare una «personal memorable experience»: lo spettacolo deve essere messo in scena nella testa dello spettatore. Secondo Paul, il media è tanto più potente quanto più è usato nella sua forma più semplice: se tenti di affrontare la tua concorrenza – le megaproduzioni hollywoodiane o televisive – sul suo stesso terreno, sei destinato a perdere. Ma quel che conta sono le immagini che puoi creare nella testa delle persone, che hai lì in carne e ossa e in una situazione sociale, e non le immagini strafiche, pompate di effetti speciali, che puoi mitragliargli addosso.</p>
<p>Gli esempi che ha fatto ci hanno convinto. Uno, classico, è la dinamica moglie-marito messa in movimento da uno spettacolo sulle illusioni ottiche, col marito che non si capacita di come sua moglie non riesca a vedere una certa illusione percettiva, e confessione finale – dopo che il marito se ne è uscito fumando di rabbia – della moglie: «Sure I can see it but I wasn’t gonna tell him!». E poi vi dovremmo raccontare di <em>CO2 Detector</em>, un investigatore privato degno di Sam Spade (con tanto di cappellaccio a tesa larga) che deve scoprire, in una casa sghemba e cartonosa, il colpevole di un’ emissione  assassina di anidride carbonica (il colpevole è la femme fatale, una caldaia dalle curve pericolose: non riesce ad accettare che il tempo passa, e che deve ritirarsi dalle scene).</p>
<p>All’estremo opposto (pare un incontro di boxe!), <strong>Julie Moskalyk</strong> ha parlato di&#8230; be’, di qualcosa che di volta in volta può chiamarsi <em>Experiential Theater</em>, <em>Story Theater</em>, <em>Immersive Room</em>, <em>Multimedia Show</em>, <em>Walk-through Experience</em>&#8230; e che tipicamente non teme di usare tutte le armi della spettacolarità hollywoodiana.</p>
<div id="attachment_146" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a href="http://www.treelab.org/blog/wp-content/uploads/2009/06/genomics.jpg"><img class="size-medium wp-image-146" title="Il Club Genome" src="http://www.treelab.org/blog/wp-content/uploads/2009/06/genomics-300x283.jpg" alt="Il Club Genome, laboratorio e musical." width="300" height="283" /></a><p class="wp-caption-text">Il Club Genome, laboratorio e musical.</p></div>
<p>Julie, d’altra parte, con un piede sta al <a href="http://sciencenorth.ca/">Science North</a> – uno science center canadese che non solo ha le competenze per produrre internamente questo tipo di spettacoli, ma pure li vende ad altri musei, zoo e compagnia – e con l’altro piede è dentro alla <a href="http://www.iaapa.org/">IAAPA</a>, l’associazione internazionale dei parchi di divertimento! Il suo esempio era <em>Club Genome</em>, una sala da  night club che serviva sia da laboratorio per fare i soliti esperimenti di genetica (estrazione di Dna ecc.) sia, premendo un bottone, come auditorium per un vero musical sul Dna, costruito attorno a un’analogia tra basi azotate e note musicali (cfr. la slide qui sopra). Funziona? Loro lo hanno valutato con una tecnica che chiamano Pmm, <strong>Personal Meaning Mapping</strong>, e che dietro al nome fico consiste semplicemente nel far disegnare gli spettatori su un tema generalissimo (&#8220;Dna&#8221;) prima e dopo lo spettacolo: si vede che i disegni si arricchiscono, e si arrichiscono proprio su quelle idee che loro si erano proposti di far passare (quando prepari uno spettacolo del genere, ovviamente la prima cosa è chiarirsi non più di due-tre idee che si ritiene essenziale che il pubblico si porti a casa). In particolare, il Dna non era più «quella cosa che sta nel sangue e serve per risolvere i crimini», ma diventava «quello che è in comune a tutto ciò che vive».  Un buon risultato!</p>
<p>Altre tendenze sono il <em>Partecipatory Theater</em> (magie hi-tech: al <a href="http://www.dmns.org/main/en/">museo di Denver</a>, in <a href="http://www.dmns.org/main/en/Home+Page/News+And+Events/EHPlanYourVisit.htm">Expedition Health</a>, uno spettacolo sul corpo umano, ciascuna postazione per gli spettatori ha dei sensori per la pulsazione, il livello di ossigeno ecc., e questi dati entrano a far parte dello show) e il <em>Walk-through</em>, che serve per musei che hanno tanta affluenza da non potersi permettere di bloccare una sala su 40 persone per mezzora: così l’esperienza è costruita in segmenti, e mentre un gruppo avanza alla seconda tappa, un altro può sostituirlo nella prima&#8230; insomma, un trucchetto per massimizzare lo sbigliettamento!</p>
<p>Ma allora cosa distingue musei e parchi a tema? Qui interviene <strong>Eli Kuslansky</strong> della <a href="http://www.unifiedfield.com/">Unified Field</a> (che era seduto vicino a noi e che aveva tutto l’aspetto di un uomo di mezza età molto tosto e potente&#8230;): i musei hanno la credibilità – quando la Disney ha provato a fare uno show su Gettysburg è stato un doloroso fallimento, perché non hanno le spalle per affrontare la ricostruzione di un episodio storico tanto importante e doloroso. Se i musei puntano tutto sull’intrattenimento e perdono la credibilità, gioco chiuso. Viceversa, quello che succede è che parchi tematici e musei cominciano a cercarsi, i primi mettendo mezzi e tecnologie, i secondi mettendo contenuti (così non sempre la tanto disprezzata autorità viene per nuocere!). Eli mette anche in guardia dall’idea di costruire tutto attorno alle immagini (un object-theatre senza oggetti?): con i suoi studenti spesso fa l’esercizio di <strong>immaginare un walk-through space completamente senza immagini</strong>. Spesso ne escono spazi godibili sia dal classico visitatore sequenziale, sia da visitatori che si muovono più non linearmente.</p>
<p>Stanno costruendo qualcosa del genere al <a href="http://www.kopernik.org.pl/home.php">Copernicus</a> (che aprirà presto a Varsavia), racconta il fisico teorico <em>Lukasz Badowski</em>: un corridoio scuro, in cui i personaggio sono sia oggetti ed exhibit, sia gli altri visitatori, ispirato alle meccaniche dei giochi di ruolo. Un esperimento da tenere d’occhio. Paul Martin nota che quando si tentano strade così rischiose, quando si mette in sala quello che è di fatto un prototipo, diventa essenziale mettere da parte almeno 20% del budget per poterlo poi cambiare quando si vede davvero l’effetto che fa sul pubblico.</p>
<p>Altro incontro interessante è stato <em>Co-developing your Science Centre with your Public</em>. <strong>Mario Campanino</strong> ci ha raccontato di quello che <a href="http://www.cittadellascienza.it/">Città della Scienza</a> fa con gli insegnanti, e qui il messaggio finale andava un po’ contro il tema della sessione: quello che a volte sembrano chiedere gli insegnanti, infatti, è che lo science centre faccia il loro lavoro, o supplisca a problemi annosi della scuola. Alla fin fine, però la scienza va studiata e non si può farlo in uno science centre: quindi bene lavorare col pubblico nello sviluppo del proprio centro, fintanto che questo non ti faccia deviare dalla tua <em>mission</em>.</p>
<p><strong>Ian Simmons</strong> del <a href="http://www.life.org.uk/">Centre for Life</a> inglese ci ha invece raccontato di un esperimento molto più radicale: coinvolgere undicenni nella progettazione e nella costruzione degli exhibit – hanno proprio messo in mano ai bambini chiodi e martello (addirittura un <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Plasma_cutting"><em>plasma cutter</em></a>, gulp!), e per gli attrezzi ancor più pericolosi c’erano adulti che servivano da manovali secondo le precise direttive dei piccoli direttori dei lavori (lo stesso Ian era incaricato di andare a trovare e acquistare gli oggetti più assurdi di cui, durante il progetto, si scopriva il bisogno). Alcuni exhibit non sono venuti peggiori di quelli costruiti professionalmente, e il museo ha ricavato preziose indicazioni, per esempio sui colori: ai bambini non piaceva né l’esagerazione di colori vivaci e ultra saturi comune nei science centres per bambini (che giudicavano con disprezzo «for kiddies!»), né le prudenti tinte grige e «age-neutral». Loro coloravano di rosa, malva e verde – sospetto che le preferenze cambino a seconda del luogo dov’è il museo&#8230;</p>
<p>Ma non avevano paura che i bambini si facessero male? No, non hanno avuto bisogno di nessuna assicurazione aggiuntiva (c’è quella che copre in generale i visitatori), hanno studiato un po’ i regolamenti per i laboratori scolastici, e il punto cardine è stato responsabilizzare sia i maestri, sia soprattutto i bambini – se non tratti i bambini da bambini, loro non fanno i bambini. Se gli dai un <em>plasma cutter</em> in mano, capiscono che li stai prendendo sul serio, come persone davvero capaci di fare – e di solito, ripagano bene la tua fiducia. Il caso più interessante è stato quello di un bimbo isolato (nero, quando «nessuno è nero a Newcastle!»), con mille difficoltà scolastiche, che saltava continuamente giorni di scuola. I professori si chiedevano che facesse, se andasse a perdere il giorno in qualche centro commerciale a cercar guai. Durante questo progetto invece si scopre che se ne stava in garage a costruire e smontare cose: la scuola gli ha così riconosciuto delle abilità, delle competenze che prima nessuno sospettava – e nel progetto, lui si è ritagliato un ruolo di leadership!</p>
<p>Il messaggio è che si può passare dall’immaginazione all’oggetto reale: <strong>«you can build things from scratch!»</strong>.</p>
<div id="attachment_148" class="wp-caption alignleft" style="width: 193px"><a href="http://www.treelab.org/blog/wp-content/uploads/2009/06/makethings.jpg"><img class="size-medium wp-image-148" title="Costruisci le tue cose!" src="http://www.treelab.org/blog/wp-content/uploads/2009/06/makethings-183x300.jpg" alt="Divertiti e costruisci le tue cose!" width="183" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Divertiti e costruisci le tue cose!</p></div>
<p>Si vede però che la sessione ha un problema e un <strong>limite</strong>: si parla solo di insegnanti e di bambini, insomma ci si impigrisce a considerare solo l’esistente, i problemi del lavoro di ogni giorno. Ma in verità quando si parla di sviluppare il proprio museo insieme al pubblico, il pubblico a cui si dovrebbe pensare è soprattutto quello degli adolescenti e degli adulti: bisognerebbe guardare avanti, alle sfide di tirar dentro un pubblico nuovo.</p>
<p>Ian qualche spunto lo dà. Nei science centres, dice, non si costruiscono più exhibit: fare un science centre ormai è diventato far un giro shopping comprando questo o quell’exhibit da altri science centres o ditte specializzate. Non va bene: non sei un science centre, <strong>sei un museo che espone una collezione di exhibit</strong> – stanno tornando a essere musei.</p>
<p>La direzione dovrebbe essere opposta: non solo gli science centers «should be about making stuff», dovrebbero riguardare il costruire cose, ma dovrebbero offrire al loro pubblico un’esperienza<strong> ancora più hands-on che giocare semplicemente con un exhibit</strong>. Una cultura da cui dovrebbero prendere ispirazione è quella delle <a href="http://www.makerfaire.com/">Makers Fairs</a>: gente che si incontra per costruire cose. Ian suggerisce di abbonarsi a <a href="http://makezine.com/">Make Magazine</a> e cominciare a pensare di <strong>lasciare che i propri visitatori creino cose con le loro mani</strong>. Il moderatore stigmatizza subito i <em>makers </em>come <em>techno-nerds</em> e riporta la discussione alla scuola per il sollievo del pubblico, ma in realtà questa è un’idea che si sta diffondendo (vedi cosa succede al <a href="http://www.ontariosciencecentre.ca/tour/wfic/">Weston Family Innovation Centre</a> in Ontario) e che è in grado di catturare pubblico nuovo.</p>
<p>Il Leonardo da Vinci, invece, purtroppo non ha un workshop interno – e dunque non ha exhibits. È una scelta giusta, notano gli inglesi: se non puoi sostenere il costo non tanto di un workshop, ma anche solo del personale che mantenga gli exhibits è meglio che ci rinunci, e che ti limiti a fare belle scenografie. Cosa succederà infatti? Che gli exhibit che al pubblico piacciono di più, e quelli veramente interattivi, saranno i primi a rompersi e dovrai rimuoverli dalla sala. Dopo un po’, resteranno solo gli exhibit più noiosi e meno interattivi. Anche no.</p>
<div id="attachment_150" class="wp-caption aligncenter" style="width: 309px"><a href="http://www.treelab.org/blog/wp-content/uploads/2009/06/wagensberg.jpg"><img class="size-medium wp-image-150" title="Jorge Wagensberg" src="http://www.treelab.org/blog/wp-content/uploads/2009/06/wagensberg-299x214.jpg" alt="Jorge Wagensberg e la prima cellula." width="299" height="214" /></a><p class="wp-caption-text">Jorge Wagensberg e la prima cellula.</p></div>
<p>Ultima segnalazione per <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Jorge_Wagensberg">Jorge Wagensberg</a> – ecco, lui è una superstar della museologia scientifica. Ma non se la tira neanche un po’, la sua conferenza (quella che abbiamo sentito, tra le tante che ha tenuto) era miele. Lo vedete rilassato qui sopra mentre racconta del percorso attraverso l’evoluzione che ha allestito al <a href="http://obrasocial.lacaixa.es/centros/cosmocaixabcn_es.html">CosmoCaixa</a> a Barcelona: un chilometro, a ogni tappa il visitatore salta quattro milioni di anni – e alle volte, tra una tappa e l’altra non succede niente (batteri e batteri e batteri), per dare il senso di quanto tempo abbiano richiesto alcuni passaggi (per riempire il buco, ci si salva con della bella arte concettuale&#8230;).</p>
<p>Ci dev’essere sempre un oggetto vero, e accanto un disegno, che è già conoscenza: separa l’informazione che giudichi importante dal rumore. Nella foto sopra, si vede pallida l’immagine scelta per rappresentare la prima cellula: qui l’oggetto non c’era, e allora si ricorre a una «metafora museografica» (che qui è una palla che galleggia nel liquido). Wagensberg sì che racconta storie, quando ci fa immaginare un mondo in cui le foreste e i prati non sono verdi, ma d’un bel rosa shocking (in ambiente acquatico, le piante sono di un sacco di colori: è stato un caso che la prima che a messo piede sulla terra ferma, vincendo le difficoltà della disidratazione, fosse verde), o quando ci spiega il legame tra i dinosauri ed Elvis Priesley (la mossa pelvica l’hanno inventata i grossi rettiloni, dovete sapere). E, sul vuoto di bellezza che affligge tanti musei scientifici, si chiede se a volte i curatori non confondano il rigore scientifico col <em>rigor mortis</em>&#8230;</p>
<p>Stanchi, a fine giornata ci ha rianimato la bellissima <a href="http://www.darwin2009.it/ita/index.php">mostra su Darwin</a>, che dopo i successi di Roma ha appena aperto qui a Milano, e che in effetti è molto bella, ed è un ottimo esempio sia nella gestione degli spazi, sia nella scrittura dei pannelli (molto testo, ma si legge senza fatica e con piacere). E c’è un irresistibile armadillino sovreccitato che non smette un attimo di dar spettacolo (e un’iguana timida che si distingue appena, il capuzzo verde tra le fronde pure verdi dell’alberello nella sua bacheca: non la vedresti mai non fosse per l’occhio vivo brillante d’ambra). Ci ha accolto e guidato Chiara Ceci, la coordinatrice scientifica, eccellente padrona di casa giustamente orgogliosa della sua creatura: complimenti, Chiara!</p>
<p>E con l’armadillino, finisce il nostro racconto.</p>
<div id="attachment_151" class="wp-caption aligncenter" style="width: 191px"><a href="http://www.treelab.org/blog/wp-content/uploads/2009/06/armadillo.jpg"><img class="size-medium wp-image-151" title="L’armadillo di Darwin" src="http://www.treelab.org/blog/wp-content/uploads/2009/06/armadillo-181x300.jpg" alt="L’armadillo di Darwin fa l’impennata!" width="181" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">L’armadillo di Darwin fa l’impennata!</p></div>
<p>O forse no&#8230;? <img src='http://www.treelab.org/blog/wp-includes/images/smilies/icon_razz.gif' alt=':-P' class='wp-smiley' /> </p>
<div id="attachment_152" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a href="http://www.treelab.org/blog/wp-content/uploads/2009/06/worm.jpg"><img class="size-medium wp-image-152" title="Punto di domanda" src="http://www.treelab.org/blog/wp-content/uploads/2009/06/worm-300x287.jpg" alt="Lasciamo in sospeso il finale..." width="300" height="287" /></a><p class="wp-caption-text">Lasciamo in sospeso il finale...</p></div>
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		<title>Ecsite 2009: seconda giornata</title>
		<link>http://www.treelab.org/blog/2009/06/ecsite-2009-seconda-giornata/</link>
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		<pubDate>Fri, 05 Jun 2009 18:51:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico</dc:creator>
				<category><![CDATA[Musei]]></category>
		<category><![CDATA[ecsite2009]]></category>
		<category><![CDATA[science_centers]]></category>

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		<description><![CDATA[Ufficialmente, avrete visto, questa edizione di Ecsite ha titolo R/Evolutions: può sembrare un po’ modaiolo e furbo, ma in realtà è un bel modo di annodare i due grandi anniversari del 2009, Darwin (evoluzioni) e Galileo (rivoluzioni, della terra attorno al suo asse e al sole)(quindi, è davvero modaiolo e furbo!). 
Nell’interrato dell’enorme edificio del Leonardo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_128" class="wp-caption alignleft" style="width: 224px"><a href="http://www.treelab.org/blog/wp-content/uploads/2009/06/marciare.jpg"><img class="size-medium wp-image-128 " title="Una ragazza dell’organizzazione, al lavoro (grazie!)" src="http://www.treelab.org/blog/wp-content/uploads/2009/06/marciare-214x300.jpg" alt="Ready to shoot!" width="214" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Armi in spalla, ready to shoot!</p></div>
<p>Ufficialmente, avrete visto, questa edizione di Ecsite ha titolo <strong>R/Evolutions</strong>: può sembrare un po’ modaiolo e furbo, ma in realtà è un bel modo di annodare i due grandi anniversari del 2009, Darwin (evoluzioni) e Galileo (rivoluzioni, della terra attorno al suo asse e al sole)(quindi, è davvero modaiolo e furbo!). </p>
<p>Nell’interrato dell’enorme edificio del Leonardo da Vinci dedicato alle macchine dell’aria e dell’acqua – navi, aeroplani e via dicendo – c’è una casbah di espositori: aziende che costruiscono exhibit hands-on, progettano mostre, fanno multimedia per planetari (mica solo stelline e nebulose, ma filmoni sulla ricerca della vita o sulle collisioni galattiche e altre catastrofi cosmiche). Ci fermano, ci parlano dei loro prodotti, ma – sarà una nostra paranoia – quando ammettiamo di essere nati e lavorare in Italia perdono un po’ interesse. Sarà perché gli affari qui da noi, tra musei e science-centers, non vanno benissimo? O perché sanno che qui in Italia è difficile che persone della nostra età possano avere chissà che potere decisionale? <img src='http://www.treelab.org/blog/wp-includes/images/smilies/icon_razz.gif' alt=':-P' class='wp-smiley' /> </p>
<p>Andiamo avanti con un po’ di cronaca. La prima conferenza che abbiamo visto s’è intitolata <em>Digital Technologies: Do They Enhance Learning in Science Centres</em>?, e il titolo (come accade non di rado) era però un po’ fuorviante: ci si occupava solo di una particolare tecnologia digitale, l’<em>Augmented Reality</em>, e a un particolare progetto che si chiama <a href="http://www.ea.gr/ep/exploar/">ExploAR</a> (dove AR sta, appunto, per <em>Augmented Reality</em>).  C’è comunque un sacco da raccontare.</p>
<p><span id="more-127"></span></p>
<p>Per avere maggiori dettagli sulla tecnologia vi rimando al sito (il collegamento è giusto una riga qui sopra, sì?), ma in breve: la Realtà Anabolizzata è quella che vedi attraverso speciali occhialini che sovrappongono alle immagini che ti arrivano dalla Realtà 1.0 informazioni (video, immagini, testo e quant’altro) che invece arrivano da un computer.</p>
<p>La AR è già utilizzata, in fasi tutto sommato più avanzate che semplici prototipi, sia in alcuni musei (come <a href="http://www.at-bristol.org.uk/">@Bristol</a> e la <a href="http://www.efc.be/webready/EUGD001.html">fondazione Eugenides</a> in Grecia) e in siti archeologici. In questi ultimi tipicamente sovrappone alle macerie ricostruzioni tridimensionali degli edifici in tutto il loro antico splendore (per adesso, la grafica è un po’ goffa: ma questi difetti si fa presto a correggerli qualora la tecnologia prendesse piede, è solo questione di muscoli).</p>
<div id="attachment_130" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.treelab.org/blog/wp-content/uploads/2009/06/ala-bristol.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-130 " title="L’ala all’@Bristol" src="http://www.treelab.org/blog/wp-content/uploads/2009/06/ala-bristol-150x150.jpg" alt="L’ala all’@Bristol" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text">Il profilo d’ala all’@Bristol, senza e con occhialini magici.</p></div>
<p>Nei musei gli usi sono proprio tanti: tra gli esempi che ci hanno mostrato, una sezione d’ala di aereo avvolta – per chi indossa gli occhialini magici – dalle linee di flusso dell’aria, secondo il <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Principio_di_Bernoulli">principio di Bernoulli</a>, e un exhibit hands-on sulla frizione dove agli oggetti da spingere e tirare si sovrapponevano i classici vettori delle forze, tormento di chi studia sui libri di fisica (dell’ala all’@Bristol potete vedere qualcosa nell’immagine a fianco – di qualità pessima, ma abbiamo potuto solo fotografare lo schermo su cui la presentazione era proiettata: sul web, cercando un po’, ne troverete di sicuro una versione migliore).</p>
<p>Hanno fatto <strong>studi </strong>piuttosto rigorosi per vedere se e quanto questi giochetti, oltre a essere fichi, aiutano la comprensione e l’apprendimento. Riassumendo e forse banalizzando, il succo è che i più bravi in classe restano i più bravi anche nelle prove per verificare l’utilità degli exhibit che usano la Realtà Anabolizzata. Tuttavia, una certa fetta di ragazzi – e soprattutto di ragazze – mostrano un notevole miglioramento nella comprensione e nelle risposte alle domande dei test se studiano i fenomeni fisici attraverso l’<em>Augmented Reality</em>. È un dato abbastanza forte, ormai su più di 600 bambini, statisticamente significativo. Sembra che questo <em>new kind of learners</em>, nuovo tipo di discenti, abbia un pensiero fortemente visuale, e sia svantaggiato dai sistemi didattici tradizionali. Tutti, comunque, anche quelli vecchio stile si divertono di più e hanno l’impressione di aver imparato di più.</p>
<p>La cosa interessante è che il docente, attraverso un programma di <em>authoring </em>che pare piuttosto semplice da usare, può <strong>personalizzare </strong>prima della visita l’<em>Augmented Reality</em> che i suoi studenti vedranno, mettendo i contenuti che più gli fanno comodo per integrare la visita e il suo corso (guardatevi la foto, anche questa rubata dallo schermo). </p>
<div id="attachment_132" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a href="http://www.treelab.org/blog/wp-content/uploads/2009/06/authoring.jpg"><img class="size-medium wp-image-132" title="Programma di authoring per Augmented Reality" src="http://www.treelab.org/blog/wp-content/uploads/2009/06/authoring-300x237.jpg" alt="Con questo programma il prof può personalizzare l’Augmented Reality che i suoi studenti poi vedranno." width="300" height="237" /></a><p class="wp-caption-text">Con questo programma il prof può personalizzare l’Augmented Reality che i suoi studenti poi vedranno.</p></div>
<p>Un’altra iniziativa che tentano di fare è organizzare percorsi educativi nel museo a distanza per scuole in zone rurali &#8211; portano una connessione a banda larga alla scuola, un explainers nel museo si mette gli occhialini e fa da occhi per gli studenti lontanti, a cui viene trasmessa la visita per interposta persona. Utile? Mah, forse non così tanto: sono esperimenti.</p>
<p>Come anche l’<strong>ala d’aereo in miniatura</strong>. Ora vi spieghiamo: abbiamo visto che al museo puoi goderti la visualizzazione nello spazio tridimensionale del principio di Bernoulli. E a casa o a scuola che fai? Ciccia? Allora questi <em>computer scientists</em>, giovani e intrepidi, hanno ben pensato anche a questo: ti forniscono una scatoletta grande come un pacchetto di sigarette da cui puoi estrarre, e su cui poi puoi montare, un piccolo profilo d’ala. Poi basta una <strong>webcam </strong>collegata a un portatile o PDA su cui giri il loro software per vedere il flusso d’aria piegarsi in linee verdine intorno alle sue forme aerodinamiche. Qui sotto a destra vedete l’immagine dell’ala in miniatura, della webcam e di un ventilatore usb (messo per far scena, sennò i ragazzi chiedono: «Ma da dove viene l’ariaaa?», i rompiscatole!). A sinistra invece vedete l’immagine come appare sul computer.</p>
<div id="attachment_133" class="wp-caption aligncenter" style="width: 160px"><a href="http://www.treelab.org/blog/wp-content/uploads/2009/06/ala.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-133 " title="L’ala in miniatura" src="http://www.treelab.org/blog/wp-content/uploads/2009/06/ala-150x150.jpg" alt="Ala, ventilatore e piedi del computer scientist (per dare un senso di scala, non perché siamo fotografi cialtroni, naturalmente)." width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text">Ala, ventilatore e piedi del computer scientist (per dare un senso di scala, non perché siamo fotografi cialtroni, naturalmente).</p></div>
<div id="attachment_134" class="wp-caption aligncenter" style="width: 160px"><a href="http://www.treelab.org/blog/wp-content/uploads/2009/06/flusso.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-134" title="L’ala vista su Pc" src="http://www.treelab.org/blog/wp-content/uploads/2009/06/flusso-150x150.jpg" alt="L’ala vista su Pc, col flusso d’aria virtuale (cliccate sull’immagine per vedere meglio)." width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text">L’ala vista su Pc, col flusso d’aria virtuale (cliccate sull’immagine per vedere meglio).</p></div>
<p>Un fisico li ha criticati severamente: ci sono polemiche infinite se la ragione vera della forza che solleva gli aerei sia il principio di Bernoulli – un exhibit dovrebbe far sentire la forza, la cui presenza è indiscutibile, e non imporre brutalmente una conoscenza parziale. Va bene, uffa, ma è solo un prototipo, e sicuramente un ottimo modo per far iniziare la discussione su un argomento difficile come questo! </p>
<p>Tutto il materiale, e altri lavori simili, dovrebbe diventare disponibile in un grande repository online a luglio, sotto il nome di <a href="http://www.openscience.org/blog/">OpenScience Resources</a> e l’egida di Ecsite. </p>
<p>Delle altre cose che abbiamo visto diamo conto in maniera più stringata. In <em>Telling stories about science</em>, la presentazione più interessante è stata quella di Benedetta Tiana, che con la sua azienda <a href="http://www.eventcomm.com/">Event Communications</a> (di Londra, non lasciate che il nome italiofono alimenti false speranze) ha fatto il lifting alla veneranda <a href="http://www.rigb.org/">Royal Institution of Great Britain</a> – un posto dove c’è il laboratorio originale di Faraday, e dove scienza ha sempre voluto dire spettacolo: nell’Ottocento le carrozze facevano la fila quando Faraday, Davy o Tyndall tenevano una conferenza! Il principo del progetto è stato: «<strong>People connect with people</strong>», e hanno raccontato gli scienziati come minchioni qualsiasi con le loro rivalità, amori, scazzi e così via.</p>
<p>Niente di nuovissimo, ma le micro-biografie con filmati animati stile Monty Python’s Flying Circus per raccontare l’invaghimento di Ada Lovelace per Faraday o la tensione tra Darwin e Richard Owens erano molto ben fatti – e i visitatori li vedono sul loro PDA quando sono davanti alle vetrine giuste, o nel laboratorio opportuno, e con i PDA possono anche votare a domande che gli vengono poste da pannelli dentro le bacheche, e vedere come la pensano quelli che li hanno preceduti (si fanno un sacco di cose carine, e a prezzi contenuti, con i PDA!). Per il resto, c’è da dire che, nonostante il titolo generico che prometteva una riflessione ad ampio raggio, la conferenza si è concentrata su come raccontare storie sulla *storia* della scienza &#8211; e quindi dopo un po’ l’argomento si è un po’ asciugato. </p>
<p>Visto che a Lecce abbiamo avuto a che fare con un gruppo di adolescenti allo stato brado, da tenere a bada con sedia e frustino, e sappiamo bene quanto difficile sia gestire questo pubblico, ci siamo andati a vedere anche <em>Are Teens the Next Challenge for Contemporary Museums?</em> You bet! Ma la conferenza s’è trascinata attraverso delle (interessantissime) presentazioni di casi vissuti (Sara Calcagnini ha descritto con contagiosa passione il programma per adolescenti del <a href="http://www.museoscienza.org/">Leonardo da Vinci</a>, e Stephanie Sinclair le iniziative del <a href="http://www.wellcome.ac.uk/">Wellcome Trust</a> per l’anno darwiniano: <a href="http://survivalrivals.org/">Survival Rivals</a> per le scuole, l’innovativo <a href="http://survivalrivals.org/a-question-of-taste/about">A Question of Taste</a> per i science centers e l’aggressivo <a href="http://www.routesgame.com/home/">Routes</a> per i teenagers presi fuori dal contesto scolastico/educativo – la comunicazione cambia moltissimo in ciascuno dei tre casi, occhio!) senza toccare il nocciolo del problema&#8230; fino agli ultimi secondi dello spazio discussioni.</p>
<p>Dal pubblico è arrivata una testimonianza davvero interessante: la persona (non abbiamo capito da che museo arrivava, e non siamo neppure sicuri della nazione: Portogallo?) s’era trovata a dover passare un po’ di tempo con un gruppo di adolescenti che facevano i perdigiorno davanti al suo science center. Così gli ha chiesto perché non venissero mai da soli, senza il guinzaglio dei loro insegnanti, e cosa vorrebbero trovare dentro il science center. Ha parlato con loro per un’oretta, e si è reso conto che nessuno gli ha detto cosa volevano trovare, o argomenti che gli sarebbe interessato approfndire (tipo sesso, droghe, rocchenroll). Invece gli hanno detto <strong>cosa volevano fare</strong>.  </p>
<p>Gli adolescenti, sembra, <strong>vogliono spazi, mezzi, strutture</strong> per fare le loro cose – vengono se posso fare, suonare, partecipare, creare. Magari gli puoi mettere a disposizione degli scienziati con cui parlare, o a cui chiedere un consiglio. Sia allo <a href="http://www.sciencemuseum.org.uk/">Science Museum</a> che altrove (e, per l’arte, il <a href="http://www.tate.org.uk/">Tate</a> l’ha già fatto) ci si sta preparando a lasciar organizzare e allestire uno spazio museale direttamente ai teenegers. Ne sentiremo parlare ancora&#8230;</p>
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		<title>Ecsite 2009: prima giornata</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Jun 2009 19:02:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico</dc:creator>
				<category><![CDATA[Musei]]></category>
		<category><![CDATA[ecsite2009]]></category>
		<category><![CDATA[science_centers]]></category>

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		<description><![CDATA[Parte oggi, per durare tre giorni fino a sabato, la conferenza annuale dell’Ecsite (European Network of Science Centres and Museum: e voi direte, ma allora dovrebbe essere Enscm! Pignoli. In ogni caso, “Ecsite” si pronuncia come “excite” suona molto meglio, e questo ci basta).  
Quest’anno la conferenza si fa a Milano, nelle bellissime proprietà del museo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_110" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.treelab.org/blog/wp-content/uploads/2009/06/polene.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-110" title="Le polene " src="http://www.treelab.org/blog/wp-content/uploads/2009/06/polene-150x150.jpg" alt="Le polene incombono sul pubblico che ascolta i noiosi discorsi introduttivi" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text">Le polene incombono sul pubblico che ascolta i noiosi discorsi introduttivi</p></div>
<p>Parte oggi, per durare tre giorni fino a sabato, la conferenza annuale dell’<a href="http://www.ecsite.net/">Ecsite</a> (European Network of Science Centres and Museum: e voi direte, ma allora dovrebbe essere Enscm! Pignoli. In ogni caso, “Ecsite” si pronuncia come “excite” suona molto meglio, e questo ci basta).  </p>
<p>Quest’anno la conferenza si fa a Milano, nelle bellissime proprietà del museo nazionale della scienza e della tecnica <a href="http://www.museoscienza.org/">Leonardo da Vinci</a>, e noi ci siamo.</p>
<p>Brevi appunti dalla prima giornata. Che è successo? Si è partiti con le solite cose istituzionali, Formigoni, Gelmini, cose che non è che devi davvero ascoltare: nel frattempo ti leggi il programma e pianifichi la giornata. Ci sono rimasti impressi Luigi Berlinguer citare Frank Oppenheimer («Spiegare la scienza e la tecnologia senza il sostegno di fatti concreti può assomigliare al tentativo di raccontare a qualcuno cosa sia il nuotare senza metterlo mai vicino all’acqua») e Giulio Giorello ricordare “my very good friend” Paul Feyerabend. Hai capito? Messaggio per i nostri buoni amici: ognuno ha gli amici che si merita <img src='http://www.treelab.org/blog/wp-includes/images/smilies/icon_razz.gif' alt=':-P' class='wp-smiley' /> </p>
<p>Cosa abbiamo visto, poi? Per saperne di più, continuate a leggere.</p>
<p><span id="more-104"></span></p>
<p>Be’, prima siamo stati a una chiacchierata a molte voci su come valorizzare e tener da conto i <strong>legami con gli insegnanti</strong> che vengono a visitare il museo o il science centre. Al <a href="http://www.mada.org.il/en/">Mada</a> di Gerusalemme e alla <a href="http://www.nyhallsci.org/">New York Hall of Science</a> prendono i futuri insegnanti – insomma, le persone che stanno studiando per poi far studiare – e li cacciano a fare gli explainers: sono corsi intensivi, si sperimentano tante strategie per spiegare e illustrare concetti complessi a un ventaglio di pubblici diversissimi. E quando poi questi allievi diventano insegnanti, i Science Centers si fanno trovare se hanno bisogno di qualche suggerimento didattico, o se vogliono portare in gita i marmocchi. </p>
<div id="attachment_111" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a href="http://www.treelab.org/blog/wp-content/uploads/2009/06/giorello.jpg"><img class="size-medium wp-image-111" title="Si dibatte!" src="http://www.treelab.org/blog/wp-content/uploads/2009/06/giorello-300x224.jpg" alt="Edoardo Boncinelli, Giulio Giorello e Sergio Escobar chiudono in bellezza: teatro e teoria hanno la stessa radice!" width="300" height="224" /></a><p class="wp-caption-text">Edoardo Boncinelli, Giulio Giorello e Sergio Escobar chiudono in bellezza: teatro e teoria hanno la stessa radice!</p></div> </p>
<p>A proposito di gite: l’<a href="http://www.experimentarium.dk/">Experimentarium</a> danese ha deciso che, per avere buoni rapporti con gli insegnanti, è necessario riconoscere i loro problemi. Per esempio: organizzare gite è un inferno. Così hanno fatto un bellissimo video satirico, che ritrae quattro insegnanti tipo (la nevrotica che vede catastrofi ovunque, la giovane idealista appena uscita dalla scuola e grondante di buone intenzioni, il quasi pensionato che vuole solo filarsela e l’alternativo, insegnante di musica, entusiasta ma incapace di assumersi la minima responsabilità) tentare di programmare un’uscita al museo. Non arrivano a niente, è naturale: per fortuna oltre al video l’Experimentarium ha reso disponibile (non in inglese, purtroppo) un manuale di sopravvivenza! Il consiglio chiave: «Let the students plan their own field trip!», prepara con lui prima, su un modulo che ti forniscono, il suo piano della gita. <a href="http://www.youtube.com/watch?v=CGD9WBKbF80">Il video è qui</a> (e sotto: niente sottotitoli, ahimè, ma si capisce abbastanza: ci siamo passati anche noi, per quelle mani!).</p>
<p>Al <a href="http://www.teknikenshus.se/">Teknikens Hus</a> in Svezia c’è un Teachers’ Network che connette 14 comunità di insegnanti dispersi su un enorme territorio ghiacciato (brr): funziona. Ma a chi accetta di fare il Contact Teacher per il suo Local Network devi parlare di tempo – è un lavoro da non prendere sottogamba! – e di soldi, perché è giusto e per responsabilizzarlo. Al <a href="http://www.e-nemo.nl/index.php?id=5&amp;s=85&amp;d=551">Nemo</a> in Olanda c’è, in maniera non troppo diversa, un Teachers’ Club. Il <strong>ritorno al museo</strong> non è da poco: le visite scolastiche aumentano, hanno un sacco di informazioni su chi viene come e perché che altrimenti sarebbe difficile avere, e hanno feedback immediato sull’efficacia dei loro prodotti didattici.</p>
<p><div id="attachment_112" class="wp-caption alignright" style="width: 240px"><a href="http://www.treelab.org/blog/wp-content/uploads/2009/06/durant.jpg"><img class="size-medium wp-image-112" title="Durant e Mayfield" src="http://www.treelab.org/blog/wp-content/uploads/2009/06/durant-230x300.jpg" alt="Durant e Mayfield discutono di come trattiamo il pubblico adulto" width="230" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Durant e Mayfield discutono di come trattiamo il pubblico adulto</p></div>
<p>Nel pomeriggio John Durant del <a href="http://web.mit.edu/museum/">museo del Mit</a>, Heather Mayfield del <a href="http://www.danacentre.org.uk/">Dana Centre</a> a Londra e Don Martin e Don Pohlman della <a href="http://sciencegallery.com/">Science Gallery</a> dublinese hanno parlato del <strong>pubblico adulto</strong>. La maggior parte dei Science Centres, lo sappiamo, si vende come luoghi dove il pubblico principale sono i bambini (o, peggio, le famiglie, che vuol dire bambini fino a 10-11 anni, perché poi, più grandi, con le famiglie non ci vogliono più andare). Ricerche mostrano che anche i visitatori li percepiscono così: sentono che il museo pensa prima a bambini e ragazzi, poi a studenti, e solo marginalmente agli adulti. Che, tuttavia, sono una gran bella fetta del loro pubblico. Così sempre più si cominciano a vedere iniziative tagliate su misura per il pubblico adulto, e pure per quello anziano.</p>
<p>Qualche consiglio per non fallire miseramente? Ecco la checklist!</p>
<ul>
<li>Quando fate un’iniziativa per il pubblico adulto, fatela solo per il pubblico adulto, che <strong>non vuole bambini e famiglie tra i piedi</strong>! Offrigli un child-free space.</li>
<li>Devi creare uno spazio che permetta sì l’ascolto, ma consenta anche all’adulto di prendere la parola.</li>
<li>Crea opportunità per proseguire l’esperienza con il social networking.</li>
<li>Tieni presente che il pubblico adulto vuole <strong>esperienze vere</strong>, non ricostruzioni. Vuole incontrare gli scienziati (per parlare, ma anche, per esempio, per essere cavia in un esperimento di neuroscienze, come hanno fatto alla Science Gallery). Non vuole comunicatori, messe in scena, mediazioni. E, bada, il pubblico adulto prende questi incontri dannatamente sul serio (la gente manda le lettere una settimana prima per disdire la prenotazione, scusandosi che sta male).</li>
<li>Non andare contro alla tua brand, se questa è associata a un’esperienza di qualità per bimbi. O sei uno nuovo sul mercato (come il museo dell’Mit), e allora te la giochi, oppure devi <strong>creare una nuova brand</strong> dedicata al pubblico adulto, come ha fatto lo Science Museum con il Dana Centre: altro nome, altra atmosfera, altro luogo, altra strada di Londra&#8230;</li>
</ul>
<p>Due cose da notare: tutte queste iniziative si appoggiano su istituzioni dalle spalle larghe (il Mit, lo Science Museum e il Trinity College) e non ce la farebbero con le loro forze da sole. </p>
<p>Inoltre, ora che per adulti le iniziative ci sono, qual è  il prossimo pubblico da intercettare? I <strong>teenagers</strong>! Buona fortuna, vi servirà&#8230; <img src='http://www.treelab.org/blog/wp-includes/images/smilies/icon_wink.gif' alt=';-)' class='wp-smiley' /> </p>
<p>Infine, una divertentissima poster session su progetti di <strong>mostre dedicate ai bimbi</strong> più piccoli, per esempio con il <a href="http://www.muba.it/">Vietato non toccare!</a> di <strong>Munari </strong>del Muba (che purtroppo ancora non ha una sede) qui a Milano.</p>
<p>Al <a href="http://www.mada.org.il/en/">Mada</a> di Gerusalemme invece hanno messo in piedi una mostra che parte da classici israeliani di <strong>libri illustrati per l’infanzia</strong> (senza nulla di scientifico, badate) per ricavarne un’esperienza che unisce al gusto per la curiosità verso il mondo a quello per la lettura (in uno dei libri, per esempio, un bimbo impara a camminare sui muri, e la mostra allestisce una stanza con i mobili sulla parete e i quadri per terra; così, un cane che vede il suo riflesso lappando una pozzanghera diventa una scusa per parlare di ottica&#8230;).</p>
<p>Ma il lavoro più suggestivo era quello di <a href="http://www.ua.pt/fabrica/">Fabrica</a>, ad Aveiro in Portogallo: un laboratorio per far costruire ai bambini dei <strong>giocattoli</strong>, ed esplorare poi semplici concetti come la gravità o l’attrito. Che c’è di nuovo? L’idea diabolica è che il laboratorio non è il solito ambiente cromato, pulito e rifinito di bianco, brillante di scienza e tecnologia, ma è uno stanzone un po’ cupo, profumato d’incenso, tutto legno e tappeti indiani in patchwork. I bambini costruiscono giocattoli con bambù, corda grossa, carta scarabocchiata. Il punto è che, anche a guardare bene, non sembra di essere in uno science centre, non si vede la scienza da nessuna parte, proprio non c’è, è un’altra cosa&#8230; eppure, quando i bimbi meno se lo aspettano&#8230; quando si sono rilassati&#8230; zac! Funziona benissimo, cattura i bambini, li trasporta lontano dai professori, dalla gita scolastica, in un ambiente di un’India da favola. È un problema, mi raccontava Marta Condesso, che ha collaborato a ideare l’esperienza, convincerli poi che varcando la porta d’uscita sarebbero tornati in Portogallo.</p>
<p>Ultimo consiglio (dalla moderatrice, la tostissima Camilla Rossi-Linnemann del Leonardo da Vinci): un piccolo ostacolo, qualcosa di complicato ben piazzato nel compito che dai da fare al bimbo può creare una connessione importante e non forzata, o autoritaria, coll’adulto (il genitore o l’insegnante). Certo, magari spesso il problema è che l’adulto vuole intervenire anche troppo!</p>
<p>Tutto per oggi.  Vi lasciamo col video danese!</p>
<p><a href="http://www.treelab.org/blog/2009/06/ecsite-2009-prima-giornata/"><em>Click here to view the embedded video.</em></a></p>
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